Grecia: Intervista al movimento politico Alba Dorata sulla crisi economica



Grecia: Intervista al movimento politico Alba Dorata sulla crisi economica

di Federico Depetris

Questa intervista è frutto di alcune domande fatte all’Ufficio Stampa del partito Alba Dorata, la formazione nazionalista greca che ha ottenuto nelle recenti elezioni politiche l’8 % dei consensi, entrando così per la prima volta nel Parlamento Greco. Il partito nel 2009, alle precedenti elezioni, aveva ottenuto solo lo 0,3 %. Il precipitare della crisi ed il lavoro costante sul territorio ellenico ha permesso, oggi, a questo partito di imporsi sulla scena politica nazionale greca in maniera significativa

L’intervista risale al Giugno del 2011 ed esce per la prima volta oggi. Le domande e le relative risposte sono state tradotte dalla redazione greca della web radio RBN (www.radiobandieranera.org).

L’Instabilità economica si riflette inevitabilmente sulla popolazione. Scioperi generali, proteste e sit-in sono all’ordine del giorno nella Grecia che si riscopre democrazia fragile e fallimentare. In Irlanda e Portogallo, per ora, la situazione sembra meno drammatica, quanto meno le proteste sono meno rumorose. L’Europa si trova davanti alla prima vera grande crisi politica ed economica capace di arrestare il suo percorso di integrazione. La crisi Greca (come quella portoghese ed irlandese) è infatti indice del fallimento dei tecnocrati di Bruxelles incapaci di trovare soluzioni ampie e condivise per uscire dalla crisi del debito che rischia di travolgere tutta la zona euro indebolendo ulteriormente l’economia europea.

1) La situazione in Grecia sta precipitando, ma quali sono secondo voi le cause della crisi che ha colpito la vostra Nazione?

Dal 1974 – dopo la caduta dei colonelli e il ritorno della democrazia – il sistema politico ellenico ha sprecato e  ha rubato  il denaro pubblico senza fare nessuna politica di svillupo, sopratutto per l’industria pesante , mentre ha aumentato del 1000 % i dipendenti pubblici.Così ha creato un’armata di voti sicuri per sempre.   Cosi lo Stato ha investito solo per il settore pubblico mentre tutte le risorse per lo svillupo dall’agricoltura, al turismo e dagli altri settori sono finiti nelle tasche dei politici.Uno stipendio negli anni 80 di un dipendente pubblico era di quasi 2000 € invece in una fabrica se ne prendevano 500.

2)L’assistenzialismo, “baby pensionati” e l’utilizzo da parte dei partiti di governo della pubblica amministrazione per esigenze clientelari hanno intaccato duramente il bilancio greco. E’ un sistema politico, oltre che economico, che ha fallito miseramente?

E’ succeso proprio questo.Noi crediamo che i politici corrotti hanno trasmesso la loro mentalita alla gente comune. Il popolo aveva bisogno di un lavoro sicuro e cosi ha aiutato i politici per anni senza nessun controllo e nessuna dignità!

3)Il Governo greco oggi è allo sbando. Incapace di gestire la difficile situazione. Di fatto è ostaggio dei burocrati del Fondo Monetario Internazionale. Come giudicate le posizioni dell’Esecutivo per fronteggiare la crisi?

Noi crediamo che le soluzioni alternative ci siano e senza aver bisogno dell’aiuto del Fondo Monetario.Siamo sicuri che il governo ellenico ha voluto che la nostra nazione entrasse in questa aventura per poter creare un problema enorme all’euro , seguendo gli ordini dal Sionismo e degli U.S.A. Tutto quello che fanno ora ,tutte le decisioni che prendono sono l’inizio della morte del nostro paese.Praticamente continuamo a prendere dei soldi con interessi enormi e senza produre niente. Non dimentichiamo che ultimamente si sono presentati per la nostra…..salvezza anche impreditori Turchi.Questo è  il migliore sistema per occupare di nuovo la nostra patria come fecero nei secoli precedenti.

4)L’Austerity voluta dal Fondo Monetario impone tagli pesanti sulla spesa pubblico ed alzamento delle tasse. L’aumento delle tasse oltre ad ‘ammazzare’ i consumi crea malcontento e proteste. Il vostro movimento partecipa attivamente agli scioperi generali che si sono succeduti in questi difficili mesi?

Si , noi partecipiamo ai cortei e alle proteste nelle piazze con la gente comune.Proviamo a fare capire alla gente che destra e sinistra hanno venduto la nostra patria e solamente un socialismo nazionale può risolvere i problemi.

5)Spesso le proteste sono degenerate in scontri senza quartiere nelle principali città. Chi c’è dietro questi manifestanti che danno vita alle violenze?

Ogni volta che il governo si trova in una situazione difficile cerca di creare delle tensioni per disorientare la gente.Cosi usa i  loro “carissimi” ragazzi della sinistra extraparlamentare lasciandoli creare problemi di ordine pubblico per permettere alle Forze dell’Ordine di reprimere le piazze.Spesso i disordini sono però creati anche dalla polizia direttamente.

6)I problemi di ordine pubblico e la pavidità del Governo creano tutte le condizioni per un Colpo di Stato. La stampa europea ha parlato anche di un possibile golpe dei militari. Credete sia possibile che si arrivi sino a questo punto?

Assolutamente no.Anche gli ufficiali dell’esercito fanno parte del sistema pubblico.Non ci sono ormai delle persone in gamba per pensare una cosa simille.

7)Le soluzioni prospettate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale Europea, secondo alcuni analisti, non sarebbero quelle giuste per uscire dall’impasse. Cosa propone il vostro partito?

Noi proponiamo:

- cessare subito di pagare il debito causa dell’emergenza nazionale

- rivedere dall’inizio tutti i dettagli degli accordi fatti per ottenere i prestiti

- svincolo del contratto di prestito

- usufruire della nostra richezza nazionale (il petrolio del’Egeo)

- nuovi contratti con paesi terzi

- non accettare gli interessi degli usurai della finanza mondiale

8)L’Europa, come ente politico, rischia di fallire con la crisi del debito che ha colpito non solo il vostro Paese ma anche l’Irlanda e il Portogallo. Credete ci sia ancora un futuro per “questa” Europa?

No. Dalla fondazione della UE i paesi membri non erano nella stessa posizione, avevano potenzialità e mezzi economici diversi .Cosi quelli piu grossi hanno potuto usare meglio la loro forza per  creare problemi ai piu deboli e piccoli.

9) Grecia, Irlanda e Portogallo sono prive delle industrie pesanti. Questo secondo alcuni economisti è una delle ragioni per cui è più difficile uscire in tempi rapidi dalla crisi per questi Stati. Se la Grecia, aiutata anche dall’estero, attuasse un piano di sviluppo industriale e ammodernamento infrastrutturale forse potrebbe rilanciarsi. Lo Stato forse doveva intervenire in questo senso prima che la situazione degenerasse

E’ una soluzione ma ci deve essere  una condizione importante: non ifluenzare la nostra sovranità nazionale. Praticamente è una soluzione di emergenza.

L’UE ha distrutto la nostra economia agricola, turistica e le attività legate alla pesca faccendo la nostra patria un paese di “produzione” di servizi.Con questo tipo di governi e con la UE non c’è speranza per noi.

 

10)Il sistema bancario greco ed europeo credete vada riformato?

Assolutamente si.Dobbiamo riprendere il controllo dell banche.

11)Qual è secondo voi il futuro della Grecia

La Grecia e gia fallita da quasi un anno, ma il governo cerca di guadagnare tempo per vendere tutto quello che è rimasto agli usurai mondiali della finanza internazionale.La nostra società non è pronta per accetare questo termine e cosi il futuro non è roseo.

Mario Monti odia l’Italia



Te lo chiede l’Europa (di Mario Monti e dei Banchieri)



Foto tratta da: Facebook.it

Buon 1 maggio, lavoratore suicidato



Tratto da: https://www.facebook.com/notes/casapound-italia/1-maggio-striscioni-choc-firmati-blu-davanti-ai-cimiteri-italiani-buon-1-maggio-/10150660827827924

Nel mirino del sindacato di CasaPound anche il ‘concertone’ di Cgil, Cisl e Uil, ‘ci sono sindacati che non festeggiano’ Roma, 1 maggio – ‘’Buon 1 maggio, lavoratore suicidato’’.

Uno striscione davanti a ogni cimitero d’Italia: in tempi di crisi il 1 maggio si celebra anche così. La provocazione è targata Blu, Blocco lavoratori unitario, sindacato nato in seno a CasaPound Italia, che aveva già messo a segno negli ultimi mesi due azioni contro i licenziamenti avviati dall’azienda di autotrasporto trentina Arcese e dalle Officine meccaniche ferroviarie del Salento e un blitz coordinato in una cinquantina di città italiane contro la riforma del lavoro e la modifica dell’articolo 18.  Anche questa volta, l’azione è stata compiuta simultaneamente in una cinquantina tra città e piccoli centri dal Nord al Sud del Paese. ‘’Ci sono sindacati che non festeggiano’’, si legge in calce ai volantini ‘choc’ che stanno facendo il giro del web: l’immagine rappresentata è quella di un operaio impiccato che pende da un grande ‘1’. A lato la scritta: ‘’Forse non ti interessa più, ma a Roma oggi c’è un gran concerto. Buon 1 maggio, lavoratore suicidato’’. E il ‘concertone’ organizzato da Cgil, Cisl e Uil a piazza San Giovanni è finito anche su uno degli striscioni esposti dal sindacato di Cpi a Roma: ‘’Buon 1 maggio, lavoratore suicidato – si legge – stasera niente concerto’’.  ‘’Rifiutiamo la logica da ‘panem et circenses’ dei sindacati, anche perché di ‘panem’, a differenza di quanto avveniva nell’antica Roma, oggi non se ne vede più – sottolinea Blu in una nota – Di fronte a una lista di imprenditori e lavoratori ‘suicidati’ da uno Stato strozzino che si allunga ogni giorno di più e a una riforma che punta a ridurre i lavoratori in stato di servaggio, Cgil, Cisl e Uil non sanno fare di meglio che pretendere di utilizzare come una vetrina, peraltro a costo zero, piazza San Giovanni, sperando così di far dimenticare a suon di musica la loro inettitudine. Noi però a questo gioco ipocrita non partecipiamo. E’ il 1 maggio, ma non c’è niente da festeggiare’’

Il governo boccia il fondo per i disabili. E l’assistenza resta sulle spalle delle famiglie



Tratto da: http://www.disablog.it/2012/04/25/il-governo-boccia-il-fondo-per-i-disabili-e-lassistenza-resta-sulle-spalle-delle-famiglie/

Il governo boccia il fondo per i disabili. E l’assistenza resta sulle spalle delle famiglie


Che fine farà mio figlio quando io non ci sarò più? Chi lo assisterà? E’ questa una delle domande angoscianti che si pongono tutti i genitori che hanno un figlio disabile, in particolare con disabilità psichiche. La risposta, per ora, non verrà senz’altro dal Governo, che ha bocciato l’istituzione di un fondo ad hoc, da 150 milioni di euro, per i disabili gravi nel momento in cui restano senza familiari che li possano accudire, anche ribattezzato fondo per il ‘dopo di noi’. Nell’ultima audizione della commissione Affari sociali infatti, Cecilia Guerra, sottosegretario alle Politiche sociali, ha dato parere negativo al provvedimento che è all’esame dei deputati dal 2010.
Una decisione che, oltre a suscitare le critiche bipartisan dei membri della commissione, ha lasciato di stucco tutti quei genitori che attendevano una risposta. E non sono pochi. In Italia, secondo i dati del Censis, ci sono 4,1 milioni di persone disabili, pari al 6,7% della popolazione, e 2,6 milioni sono in condizioni particolarmente gravi, di cui oltre 200mila residenti in presidi socio-sanitari. “Le famiglie di questi ragazzi – spiega Pietro Barbieri, presidente della Fish (Federazione italiana superamento handicap – vorrebbero che i figli, una volta che loro non ci sono più, fossero seguiti in strutture di tipo familiare, con 6-8 posti letto, e non in residenze socio assistenziali (rsa) per anziani, dove ci sono molte più persone”. Finora in Italia sono sorte alcune case per il ‘dopo di noi’, ma in numero insufficiente al fabbisogno. I finanziamenti nazionali hanno dato il via “a start up – continua Barbieri – ma se ne sono sviluppate poche, perchè gli enti locali non hanno contribuito. Di fatto, mentre da Roma in su esistono delle reti, dalla capitale in giù c’è praticamente il deserto, o molto poco”. Il problema del dopo di noi riguarderebbe, secondo le stime della Fish, una parte dei 2,6 milioni di disabili gravi, composti per due terzi da anziani e per un terzo da giovani. “La questione coinvolge soprattutto quest’ultimo gruppo – continua Barbieri – pari a circa 860mila persone. Senza contare che, quando i loro genitori invecchiano, spesso diventano disabili anche loro e le difficoltà aumentano”.
Ma il sottosegretario, pur riconoscendo il “grande rilievo” del tema affrontato dal provvedimento, ha dato parere negativo perchè non è “stato seguito il metodo giusto” per risolvere il problema dell’assistenza a queste persone e ha chiesto un ripensamento alla Commissione sull’istituzione del fondo, perché è un tema molto importante “da affrontare però nell’ambito di una politica di programmazione più generale”. Parole ambigue, secondo i deputati, che avrebbero preferito una maggiore chiarezza e che il sottosegretario riconoscesse esplicitamente che non ci sono risorse sufficienti. Da qui l’invito dei democratici all’esecutivo “a ripensare il parere negativo” e a “tornare in commissione con una proposta”.
E mentre Giovanni Pagano, presidente della Fand (Federazione fra le associazioni nazionali dei disabili) si dice “profondamente deluso” e spera ancora che il governo cambi idea, magari grazie all’incontro che hanno chiesto proprio con il sottosegretario Guerra, per Pietro Barbieri ormai “il fondo per il dopo di noi è defunto. Anche perchè dal 2013 non dovrebbero più esserci fondi nazionali per le politiche sociali, in virtù del federalismo fiscale. E quindi o si provvederà con una quota percentuale tramite il federalismo fiscale, o il sostegno alla disabilità potrà contare solo sulla sensibilità dei Comuni”.
Il problema è che servono politiche sociali degne di questo nome, “visto che in questo momento, per via dei tagli decisi dagli ex ministri Tremonti e Sacconi, c’è il 37% delle risorse in meno – aggiunge – Hanno infatti sforbiciato il fondo per le politiche sociali, passato da 929,3 milioni di euro nel 2008 a meno di 220 milioni nel 2011, e non finanziato quello per la non autosufficienza con un taglio netto di 400 milioni. E gli effetti iniziano già a vedersi. Il comune di Torino sta tagliando il 30% dei servizi sociali, così come la Lombardia, mentre in Campania e nelle altre regioni meridionali si rischia di arrivare al 70% di tagli. La sostanza è che dallo Stato non arriva più un euro e la spesa per le politiche sociali che coinvolgono disabili, anziani, minori, rom, ecc ammonta solo allo 0,4% del Pil”.

Europa, l’austerity non basta se non si torna a crescere



Europa, l’austerity non basta se non si torna a crescere

Crescita, basta la parola. Mercati finanziari sempre volatili in Europa, ma stavolta il segno è positivo: merito delle novità che potrebbero emergere in Francia, dove il candidato presidenziale francese Francois Hollande preme per dare più spazio a misure a favore della crescita e non solo di austerity fiscale ma si dichiara europeista convinto, allontanando i timori di una deriva anti-euro il cui rischio è apparso chiaro dal consistente numero di voti andati al primo turno al candidato della destra xenofoba e nazionalista, Jean-Marie Le Pen. Nonostante i timori di alcuni commentatori, soprattutto di casa nostra, Hollande si conferma non essere il principale problema che preoccupa gli investitori come già ho avuto modo di spiegarvi, tanto che anzi parlando con qualche collega ieri alla domanda “chi pensi possa fare maggiori danni all’Europa tra Hollande e Merkel?” mi sono sentito invariabilmente rispondere “meglio Hollande, o anche uno Sarkozy “rinnovato” che tenga fede alla ultime dichiarazioni che non l’eccessiva rigidità del Cancelliere tedesco”. Il vento che spira a favore di Hollande sembra del resto iniziare a far breccia anche a Bruxelles e a Berlino: sono di ieri le dichiarazioni di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, secondo cui al patto per un maggior rigore fiscale l’Europa deve ora aggiungere un patto per la crescita e per riuscirvi occorre che i governi siano “più ambiziosi nelle riforme strutturali”. Parole che, a sorpresa, ricevano l’apprezzamento pubblico anche di Angela Merkel (la quale del resto può vantare un’economia che già da un decennio, ad opera del suo predecessore social democratico, Gerhard Schroder, ha effettuato una serie di riforme strutturali che ne hanno incrementato sensibilmente la competitività a livello internazionale) e mettono non poco in imbarazzo il governo italiano, fino a ieri concentrato nello sforzo di ribadire che no, non si può ancora pensare alla crescita e che no, non si possono tagliare le tasse. In realtà se è vero che a breve termine le esigenze di far quadrare i conti, sotto la pressione sia della Germania sia dei mercati finanziari (timorosi di vedere i titoli di stato dell’elefante italiano fare la fine di quelli del topolino greco), hanno lasciato poco spazio a Mario Monti e ai suoi ministri lo scorso novembre a causa della situazione precaria ereditata dal governo precedente, è anche vero che la radice della crisi italiana, che da oltre un quindicennio non riesce a produrre una crescita economica meno che risibile, risiedono proprio nella mancanza di riforme strutturali. Riforme che erano da fare 10 o 15 anni fa e che invece non si riescono a portare a termine neppure oggi, nonostante il “bombardamento psicologico” di spread, tassi, crolli dei mercati e quant’altro, come le vicende di questi mesi hanno dimostrato ad abundantiam.
Riforme per tutti, riforme per tornare a vivere. In realtà in una situazione molto simile a quella italiana si trovano anche molti altri paesi: se l’Olanda attraversa una crisi istituzionale (sono appena state indette elezioni anticipate) dovuta al tentativo, fallito, del governo in carica di introdurre ulteriori misure di austerity che neppure i “primi della classe” sembrano più disposti a tollerare passivamente, la Grecia pare ormai ridotta in uno stato comatoso che mette in forse ogni obiettivo futuro sulla cui base sono stati varati i due programmi di aiuti internazionali, il Portogallo sta cercando di mantenersi in un difficile equilibrio, la Spagna sembra voler prendere tempo per cercare una soluzione e solo l’Irlanda pare avere le carte in regolar per tornare a camminare sulle proprie gambe dal prossimo anno, salvo ulteriori incidenti di percorso. In un simile scenario se gli investitori istituzionali dovessero disinnamorarsi nuovamente e definitivamente dei titoli di stato europei non basterebbe alcun “firewall” per evitare una nuova e questa volta definitiva crisi che coinvolgerebbe anche molti paesi “core” a partire dalla Francia, la cui economia è tra le più chiuse e rigide del vecchio continente. Ognuno, insomma, deve finire (in alcuni casi iniziare) di fare i compiti in casa propria prima di potersi mettere a criticare gli altri, salvo la Germania che però a questo punto rischia di trovarsi isolata e pertanto deve iniziare a valutare come e quanto scendere a patti, sempre pensando che a maggio ci saranno le elezioni politiche tedesche. Così una ricetta “universale” per chiudere la crisi non appare, ma è sempre più evidente che si tratti di cambiare “governance” sia a livello di regole comunitarie, sia a livello di singolo paese.
By MIPAAFLa ricetta da seguire. La via corretta e virtuosa, tale da rendere i sacrifici richiesti sensati prima ancora che tollerabili, resta quella di un abbattimento delle barriere che elimini rendite di posizioni costruite nei decenni passati e introduca il “virus” della concorrenza in ogni settore. In parallelo occorrerà rimodulare (riducendo ove il caso, migliorando in tutti i casi) la spesa pubblica, decidendo quali siano i settori realmente strategici per i singoli paesi e per l’Europa e cercando di evitare di buttar soldi per difendere industrie decotte e settori maturi magari ad elevata intensità di lavoro ma con scarse prospettive non solo di crescita ma anche solo di sopravvivenza nei decenni a venire. Occorrerà dare strumenti normativi (e ove possibile incentivi) che rendano possibile a chi ha la capacità e la voglia di dar vita a nuove imprese, occorrerà migliorare l’accesso al credito ma anche, come notava il professor Alessandro Berti, aumentare la cultura e la consapevolezza degli imprenditori e delle imprese circa le proprie necessità di credito e i propri modelli di business. Occorrerà insomma riprendere a far vivere l’economia del vecchio continente rinnovandola, puntando sui giovani, puntando sull’innovazione (di prodotto, di management, di organizzazione aziendale, di relazioni industriali, di distribuzione), puntando a sviluppare (come hanno fatto benissimo alcune grandi imprese tedesche) una maggiore presenza sui mercati emergenti. Non è nulla di sconvolgente, credetemi: appare tale solo per chi ha smesso di vivere, è invecchiato “dentro”, ha deciso che vale più la difesa di quanto raggiunto in passato che non la voglia di conseguire nuovi traguardi per il futuro. Vecchi imprenditori, vecchi politici, vecchie idee, vecchi modelli di business: ci sono a volte tanto cari, ma come ogni vecchio, purtroppo, non possono evitare l’unico destino che ci accomuna tutti. Accanirsi nel tentativo di prolungare la loro sopravvivenza rischia di distogliere ogni energia dalla cura per assistere la nascita di nuove aziende, nuovi modi di fare politica, nuovi modelli di business in grado di creare ricchezza e benessere.

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Nella roccaforte di Marine Le Pen “Il cuore è rosso, ma la collera nera”



Tratto da: http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/451493/

Nella roccaforte di Marine Le Pen “Il cuore è rosso, ma la collera nera”

INVIATO A HENIN-BEAUMONTQui non ci sono picchiatori, uomini neri con la testa rasata, razzisti. Qui non ci sono fascisti. Hénin-Beaumont è il feudo di Marine Le Pen. La donna nera, e non solo perché farà da arbitro al ballottaggio, è una tranquilla cittadina nel Pas de Calais, a settanta chilometri dal confine belga, dove la vita scorreva tranquilla. Nella parte ricca case di mattoncini rossi a un piano, giardino con altalena e barbecue, camino ancora acceso in questa primavera che tarda ad arrivare. Divisa dalla ferrovia che da Lens porta a Lille, la parte più popolare: casermoni del dopoguerra, grigi ma dignitosi, a ospitare i minatori che fino agli anni 70 hanno fatto di questa zona una delle più produttive del Paese.
È qui nella parte popolare, sopra un negozio di occhiali, ironia della sorte in rue Rousseau, che Marine ha deciso di rompere con il passato e la figura ingombrante del padre per ricostruire il “suo” Front National. Quello che ha battuto tutti i record, anche quello del 2002 che vide il vecchio Jean-Marie arrivare al ballottaggio ma con una percentuale inferiore a quella presa dalla figlia l’altra sera.
«Guardi qui», dice buttando una copia del quotidiano locale del giorno un cliente affezionato del bar “la Paix”, proprio di fronte alla cattedrale, uno dei pochi aperti in questo lunedì di pioggia battente e forte vento. «E sempre il Front National» si intitola l’editoriale. Butta il giornale sul tavolo del vicino: «Tutte le volte la stessa storia. L’Fn fa il botto, si dice che non deve più riaccadere, nessuno fa nulla. La volta dopo il Front National fa ancora meglio e ci si chiede il perché. È sempre la stessa sorpresa». Il gestore del locale Dino, condivide. «Qui siamo stati dimenticati».
Ma cos’è che vogliono gli elettori della Le Pen? Chi sono? A quest’ultima domanda è difficile rispondere. Nessuno ammette di votare Front National, anche se più di un elettore su tre domenica ha messo la croce sul simbolo della fiamma tricolore. Si vergognano, si dice. Chi si espone lo fa sotto anonimato perché – sostiene – altrimenti «quelli mi vengono a prendere e mi menano». Basta questa frase, detta da un settantenne con il bastone in una mano e il carrello della spesa nell’altra, per capire il rancore nei confronti di marocchini, algerini, insomma degli «arabi» come li chiama, spiccio, lui. «Non vogliono lavorare, non parlano francese, vivono con il sussidio e fanno piccoli furti: tanto se li arrestano che gli possono fare? Non hanno nulla da perdere». Il tema dell’integrazione (semi)fallita è centrale per capire la paura di chi vede perdere tutto. Ma non può bastare la paura per giustificare un exploit del genere, soprattutto in assenza di fatti eclatanti.
«È infatti un voto di scoramento» dice cercando di minimizzare David Noel, giovane segretario cittadino del Partito comunista. «In questa regione, gli elettori dell’estrema destra non sono più del cinque per cento». La Le Pen qui ha preso sette volte tanto. «Qui si usa dire che il cuore è rosso, ma la collera è nera», ammettendo così implicitamente che anche alcuni voti di sinistra siano finiti al Fn. In realtà poi spiega che se si analizzano i flussi di voto non è propriamente così, che lo scandalo locale che ha colpito l’ex sindaco socialista arrestato per corruzione ha pesato oltremodo, ma sa bene anche lui che quelli sono voti di gente normale, che lavora per pochi spiccioli quando va bene, che è stata lasciata senza speranza da mille e mille promesse poi mai mantenute. «Cacceremo questa feccia con getti d’acqua ad alta pressione», disse sfrontato Sarkozy nella cavalcata che lo portò all’Eliseo nel 2007. Di pompieri non ne hanno visti, e nemmeno Monsieur le President s’è più fatto vivo da queste parti. Con il risultato di avere perso otto punti secchi in cinque anni.
Madame Le Pen ha vinto la sua scommessa: non è di queste parti, ha passato i primi tempi ad ascoltare. Ha ricostruito l’estrema destra francese partendo da una zona mineraria, fatta di operai e gente senza ideologie. Domenica dopo il voto ha detto: «Porto con me lo spirito di Hénin-Beaumont». E non solo quello. Ha rinnovato la classe dirigente plasmando la sua creatura attorno a tre paure fondamentali: immigrazione, sicurezza, perdita del potere d’acquisto. E da qui è partita per fare il pieno sia nelle roccaforti del padre nel Sud est e in Corsica, sia sfondando in zone semirurali, come l’est della regione parigina. Oggi non rappresenta anche operai, impiegati, giovani non diplomati che temono il «declassamento sociale». Alla radio Marine si è rallegrata perché l’Europa teme il suo risultato: «É il ritorno della Nazione», ha detto rinviando al 1° maggio l’annuncio su cosa farà al ballottaggio. «Nessun voto» dicono a Hénin-Beaumont i militanti. Anche perché si pensa che una sconfitta di Sarkozy acceleri ulteriormente la disgregazione dell’Ump con tanti voti in libera uscita in vista delle legislative di giugno. Come in fondo è successo già qui. Oggi ci si sorprende, ma era tutto previsto. E prevedibile.

Se fossi francese



Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=43120

Se fossi francese

Di Costanzo Preve

 

1. Quanto scrivo qui probabilmente aumenterà il gossip e l’antipatia in rete nei miei confronti. Ma siccome ho anche alcuni estimatori convinti (ad occhio e croce più di dieci e meno di cinquanta) a loro, e solo a loro, devo la sincerità e la parrhesia (in greco, parlare chiaro). In Francia il 22-4-2012 ci sarà il primo turno delle elezioni presidenziali, ed il 6-5-2012 il secondo turno fra i primi due rimasti. Se fossi francese andrei a votare in entrambi i turni. Al primo turno (scandalo! orrore!) voterei Marine Le Pen, ed anche al secondo turno, se fosse ancora in corsa. Al secondo turno, nell’ipotesi che  siano ancora  in corsa solo Sarkozy ed Hollande, voterei sicuramente Hollande come male minore. Sarkozy, o meglio il trio Sarkozy-Juppè-Bayrou, sono per la Francia e l’Europa il male maggiore, Draghi e Monti in salsa francese, più “nuovi filosofi”, “polizia del pensiero” ed interventismo di guerra. Penso che non interesserà tanto questa dichiarazione, quanto la motivazione. E cominciamo, partendo un po’ da lontano, ma a costo di essere verboso non credo alla comunicazione via SMS e Twitter. Sono legato alla buona vecchia argomentazione su carta.  Scrivo ovviamente prima del 22-4-2012, per cui non so proprio come andrà a finire.2. Come cittadino italiano, non voto più dal 1992 (in cui votai per l’ultima volta la neonata Rifondazione per inerzia politica, avendo sempre votato dal 1968 l’estrema sinistra). Non voto più per protesta contro il colpo di Stato giudiziario extra-parlamentare surrealmente denominato Mani Pulite. Non voto più perché l’Italia non ha più nessuna sovranità politica dal 1945 a causa delle basi americane, ma almeno allora c’era l’opposizione comunista di sistema, e poi dopo il 1991 non c’è stata neppure più la sovranità monetaria, cui è subentrato il mantra “ce lo chiede l’Europa”, di cui il rinnegato ex-comunista Napolitano è diventato la macchietta.  Non voto più perché, pur avendo antipatia per il Puttaniere Sbruffone, mi sono sempre rifiutato di pormi sul terreno minato dell’anti-berlusconismo, ideologia di riciclaggio del serpentone trasformistico PCI-PDS-DS-PD. Non voto più perché, pur restando un anticapitalista radicale, non mi interessa l’innocuo massimalismo verbale dei tre porcellini (Vendola, Diliberto, Ferrero), ed in quanto a Bertinotti, lo considero solo una figura grottesca e poco divertente di una commedia dell’arte da periferia padana. E potrei continuare, ma ritengo sia già chiaro così. In Francia, grazie unicamente al meritorio De Gaulle, c’è  ancora un brandello di sovranità nazionale. La gente è in maggioranza contro l’euro, anche se sventuratamente viene divisa ideologicamente fra la Le Pen e Mélanchon, per il quale voterei, se pensassi che facesse sul serio, senza recitare il semplice gioco delle parti (urla rivoluzionarie, e poi appoggio a Mitterrand e Jospin). E poi per ora non ci sono ancora basi americane, e ci sono persino pensatori geopolitici dell’asse Parigi-Berlino-Mosca (de Grossouvre). Insomma, un paese più serio del nostro. E adesso, scusatemi per il narcisismo, ma voglio dire qualcosa sul mio rapporto con la Francia.3. Il mio rapporto con la Francia (e con la francofonia, che pratico fin da bambino) è avvenuto in due tempi.  La mia iniziazione sia alla filosofia che al marxismo è avvenuta in Francia, mentre l’Italia non vi ha giocato un ruolo. Ho avuto come amici personali alcuni fra i maggiori pensatori marxisti francesi della seconda metà del Novecento (nominativamente Labica, Vincent, Bidet, Balibar, Andréani, Tosel, ed altri), ed essi mi hanno praticamente insegnato tutto. Ho aderito per circa un quindicennio all’althusserismo, che poi ho radicalmente abbandonato, ma il suo abbandono è stato per me “maieutico”, perché mi ha costretto ad elaborare un codice filosofico personale. In Italia ho goduto della consuetudine con alcuni pensatori più anziani (Norberto Bobbio, Ludovico Geymonat, Cesare Cases, Franco Fortini, fra gli altri), ma essi sono stati per me un esempio umano, non certo filosofico. Filosoficamente non ritengo di avere imparato da loro quasi nulla, ed ho anzi dovuto fare tutto da solo.4. Un secondo tempo del mio rapporto con la Francia è stato caratterizzato dalla mia amicizia con Alain de Benoist, amicizia che i precedenti citati avrebbero senz’altro condannato, ma se si fa di testa propria non si può piacere a tutti. De Benoist è giunto fino a menzionarmi nella dedica del suo recentissimo libro-intervista di memorie (cfr. Mémoire Vive, entretiens avec François Bousquet, Editions de Fallois, Paris 2012). Non entro qui nel merito dei numerosissimi punti di accordo con de Benoist o sui punti di disaccordo (ad esempio, la valutazione filosofica dell’universalismo). L’ho già fatto in un apposito saggio (cfr. Il paradosso de Benoist, Settimo Sigillo, Roma 2006). Qui mi interessa solo sottolineare tre punti.  In primo luogo, de Benoist sfugge alla inesorabile definizione sugli intellettuali come gruppo sociale distinto data a suo tempo da Bourdieu: una frazione dominata della classe dominante. Per sfuggirvi bisogna violare il tabù della dittatura del Politicamente Corretto, come ha fatto recentemente su Israele il benemerito Günther Grass. Inoltre, de Benoist non può essere definito in alcun modo un membro dominato della classe dominante, perché la classe dominante inscena un teatrino delle marionette Destra/Sinistra, il cui ingrediente fondamentale è l’antifascismo in assenza di fascismo e l’anticomunismo in assenza di comunismo. De Benoist è del tutto al di fuori di questo gioco e della sua utilizzabilità.   In secondo luogo, c’è il gruppo intellettuale della “crociata umanitaria”, in cui si distinguono i francesi Glucksmann e Henry-Lévy, ma che hanno numerosi cloni in Italia (paginoni culturali e giornaloni). E si trasformano guerre civili (Kosovo, Libia, Siria) in rappresentazioni fantastiche, in cui interi popoli unanimi lottano contro feroci dittatori personalizzati, a piacere hitlerizzati o stalinizzati. Naturalmente urlano a tutto spiano per i bombardamenti umanitari, e chi non è d’accordo con loro è bollato di populismo, antiamericanismo ed antisemitismo. Vergogna.  In terzo luogo, c’è il patetico gruppo della “polizia del pensiero” (cito come esempi Rossana Rossanda ed Umberto Eco, in quanto francofoni e parigini di elezione). Costoro non hanno portato e non porteranno mai nessun contributo creativo, ma in compenso sono sempre attivi nel “mettere in guardia contro le infiltrazioni” del Fascismo Obliquo ed Eterno (FOE), contribuendo attivamente a bloccare e mummificare quanto restava di creativo ed anticonformista nel pensiero di sinistra.  È evidente che all’interno di questa triste tipologia de Benoist spicca per creatività, originalità e coraggio politico e culturale. Per questo considero la sua amicizia un onore ed un privilegio, anche se essa può spiacere ad altri amici, francesi o italiani.5. Essendo un uomo di libri (e non vergognandomene affatto) cito nell’ordine quattro libri francesi, che mi hanno portato liberamente a questa folle decisione politicamente scorrettissima, anche se virtuale perché non ho il passaporto francese. Il primo è un recente saggio di de Benoist (cfr. Au bord du gouffre, Krisis, Paris 2011). Il secondo è un saggio di Jean-Claude Michéa (cfr. Le complexe d’Orphée, Climats, Paris 2011). Il terzo è un saggio di Régis Debray (cfr. Èloge des frontières, Gallimard, Paris, 2011). Il quarto e ultimo è direttamente di Marine Le Pen (cfr. Pour que vive la France, Grancher, Paris, 2012). D’ora in poi li citerò con il nome del solo autore, ma lo farò analiticamente, perché mi pare che due esistano anche in traduzione italiana, ma due ancora no. Cercherò di fare un ragionamento piano e non settario.6. Intitolato in italiano “Sulla soglia dell’abisso”, il più recente libro di de Benoist sarebbe forse il più bel libro di “sinistra” pubblicato nell’ultimo anno, se la sinistra esistesse ancora e non fosse stata completamente fagocitata dalla “polizia del pensiero”, dal futurismo progressistico automatizzato, dalla retorica dei diritti umani a bombardamenti incorporati, dall’antifascismo nostalgico-paranoico in totale assenza di fascismo, e via dicendo. So che quello che dico pare surrealistico e kafkiano, ma leggere per credere. Oggi chi è di sinistra dovrebbe essere contro la globalizzazione finanziaria, forma post-moderna di imperialismo post-borghese e post-proletario, ed in effetti libri contro il finanz-capitalismo (Gallino) si sprecano. Ma de Benoist è veramente contro la globalizzazione, non per finta o in modo teatrale (indignatos, Occupy Wall Street, eccetera), ma lo è con il coraggio di tirare anche alcune conclusioni sgradevoli e politicamente scorrette per i palati di sinistra: connotazione esatta del nemico principale indicato con nome e cognome e senza perifrasi, contingentamento dell’immigrazione incontrollata (senza la minima ombra di razzismo), ritorno alla sovranità monetaria nazionale anche se in forma federalista, protezionismo moderato ma visibile, opposizione al multiculturalismo americanizzante, eccetera. Tutte cose che la sinistra politicamente corretta non osa non solo dire, ma neppure pensare.  A proposito della globalizzazione, la “sinistra” è divisa in due grandi tronconi, che definirei dei globalizzatori anarchico-utopisti e degli altermondialisti politicamente corretti. I globalizzatori anarchico-utopisti (Negri, Hardt, ma anche Badiou e Zizek) sono soprattutto nemici del vecchio Stato nazionale autoritario, e vedono nella globalizzazione nuove possibilità di liberazione ed il potenziale avvento di una nuova “moltitudine” (che sostituisca la vecchia e noiosa classe salariata, operaia e proletaria, che nel frattempo ha “deluso”), cioè di una soggettività capace di legare “la singolarità al comune”. Formalmente, si tratta di marxismo ortodosso legato analogicamente al Marx del Manifesto del 1848: così come la società borghese è un progresso rispetto a quella feudale, così l’impero mondializzato è un passo avanti rispetto alla realtà degli Stati nazionali edificati dalla borghesia (cfr. G. Giaccio, Diorama Letterario, n. 306, 2011). Si tratta di una ipocrita follia popolare nei due estremi della società, le cafeterias dei campus americani ed i centri sociali, dove vegeta una generazione di disoccupati.                                                                              Gli altermondialisti politicamente corretti (ad esempio “Le Monde diplomatique”, i trotzkisti francesi delle due varianti, i tre porcellini italiani Vendola, Diliberto e Ferrero, la Linke tedesca, eccetera) respingono invece le idiozie precedenti, ma ritengono in buona fede che le “lotte” (proletari più ecologisti, femministe e pacifisti) possano “imporre” alle oligarchie un secondo compromesso keynesiano-fordista, riproducendo i trenta anni gloriosi (Hobsbawm). Essi condannano virtuosamente la globalizzazione e la dittatura dello spread e della speculazione, ma pensano di poterne venire fuori non solo con Bersani, Hollande e la SPD rinnovata, ma anche senza pagare prezzi sgradevoli come il contingentamento dell’immigrazione, misure protezionistiche e ristabilimento delle monete sovrane nazionali (magari tenendo l’euro come sola unità di conto di riserva). Insomma, vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, e vogliono fare la frittata senza rompere le uova.  Il libro di de Benoist rompe finalmente l’ipocrisia politicamente corretta, ed ora si capisce meglio perché la “polizia del pensiero” adori Negri, Badiou e Zizek e lo condanni alla damnatio memoriae in vita.7. Il libro di Michéa affronta in modo impareggiabile un tema che un secolo prima di lui solo Georges Sorel aveva saputo affrontare così bene, anche se Sorel non aveva ancora conosciuto la natura controrivoluzionaria del cosiddetto Sessantotto (in proposito vedi D. Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani, Milano 2012, pp. 372-394). Michéa spiega come la “sinistra” abbia potuto alienarsi la “gente comune” sulla base dell’adozione dogmatica della “religione del progresso”. Il paradosso che Michéa spiega in modo magistrale sta nel fatto che da un lato la sinistra critica il liberismo economico ed il liberalismo politico, visti correttamente come l’involucro del dominio delle oligarchie finanziarie, e poi accetta supinamente il suo necessario complemento culturalistico, la liberalizzazione dei costumi, la religione del progresso, il mito per cui l’Avanti è sempre per definizione meglio dell’Indietro, ed il fatto che la morale per definizione è considerato un fatto strettamente privato. Michéa non coltiva nessuno nostalgismo reazionario, semplicemente spiega con ricchi riferimenti storici, antropologici e filosofici in che modo la schizofrenia progressista si è impadronita del recinto sacro della sinistra, recinto ben sorvegliato dalla nota “polizia del pensiero” e dai “crociati dell’interventismo umanitario”.  Leggere per credere.8. Régis Debray ha alle spalle una lunghissima storia rivoluzionaria che l’ha portato dal Che Guevara a Mitterrand alla difesa sacrosanta della Jugoslavia nel 1999. Debray vede nella “frontiera” un limite alla mondializzazione, perché è ad un tempo la precondizione della sovranità monetaria nazionale e la precondizione dell’opposizione al “mondialismo planetario”, che si copre di buone intenzioni multiculturali, assistenzialistiche e pacifistiche, e poi inevitabilmente copre l’interventismo a cento ottanta gradi (Schmitt, Zolo). Quello di Debray è un vero discorso contro il politicamente corretto sans frontiéres e sans papier, fatto da una persona che ha girato il mondo, ha le credenziali “internazionalistiche” a posto ed è multilingue. Appunto per questo non ha bisogno di coprirsi con il ridicolo mantello del multiculturalismo politicamente corretto, può tranquillamente restaurare il significato positivo e non negativo della frontiera: un limite magari facilmente oltrepassabile con una semplice carta d’identità, ma anche un limite fisiologico della sovranità comunitaria praticabile.9. Ed arriviamo ora al libro della Le Pen. Ma poiché ho fatto la mia dichiarazione scandalosa, devo ai miei amici di “sinistra” (ne ho infatti ancora) una spiegazione sul perché non le preferisco i due trotzkisti Arthaud e Poitou ed il normale “sinistro” comunista-sovranista Mélenchon.10. In Francia esistono tre gruppi trotzkisti organizzati, di cui due si presentano alle elezioni. Uno è il gruppo di Lotta Operaia (Arthaud) e l’altro è l’ex-Lega Comunista Rivoluzionaria, ribattezzata recentemente Nuovo Partito Anticapitalista. Entrambi hanno deciso di non unirsi al Fronte della Sinistra di Mélenchon, perché intendono chiarire di non voler fare da ruota di scorta massimalista a Hollande.  A differenza di come si potrebbe pensare, io approvo fortemente l’esistenza organizzata di gruppi testimoniali apertamente anti-capitalisti, anche se (ma non è poco!) il loro analfabetismo geopolitico li porta a vere e proprie idiozie, come l’appoggio agli oppositori integralisti di Gheddafi in Libia e di Assad in Siria. Ma per quanto riguarda il trotzkismo, mi è venuto a noia il loro testimonialismo conservatore, per cui le analisi di de Benoist, di Michéa e di Debray non esistono, perché essi sono bensì rivoluzionari, ma prima di ogni altra cosa restano politicamente corretti di estrema sinistra. Da un lato, continuano a battere il tamburo di Stalin come capo termidoriano dei burocrati e della classe operaia, salariata e proletaria come soggetto rivoluzionario privilegiato, e dall’altro credono di poter rimpolpare il vecchio trotzkismo con dosi americaneggianti di ecologismo, femminismo e pacifismo, magari con un pizzico di sale di Negri, Badiou e Zizek presi a piccole dosi omeopatiche. Bisogna dire apertamente che si tratta di tempo perduto e di prosecuzione di un equivoco.                                       In quanto a Mélenchon, i miei amici francesi di sinistra sicuramente lo voteranno. Nel secondo turno ha già chiarito che voterà Hollande, ma questo non mi scandalizza, perché anch’io lo farei, ritenendo l’accoppiata Sarkozy-Bayrou il male peggiore. Il fatto è che Mélenchon a mio avviso non fa sul serio, ma resta un tipico altermondialista e sovranista politicamente corretto, che si ferma intimidito di fronte al feticcio della unità della sinistra e del mantenimento della dicotomia Destra/Sinistra, a mio avviso obsoleta. E Hollande, il compare di Bersani, lo sa e ci marcia, anche se non giunge alla abiezione tutta italiana di appoggiare direttamente Monti per anti-berlusconismo ossessivo.                                                                                                                                                         Ecco in breve come vedo io la cosa.11. E passiamo ora al libro della Le Pen. Mi si dirà che è un libro propagandistico, fatto per ingannare i creduloni “di sinistra” come me. Ma io non faccio parte della polizia del pensiero, ed ho già largamente pagato i miei prezzi al gossip malevolo. Io leggo libri, mi devo fidare di quello che leggo, e raramente ho avuto modo di trovarmi tanto d’accordo con un testo politico-teorico. Marine Le Pen (p. 135) afferma apertamente il deperimento attuale della dicotomia Destra/Sinistra. Se lo fa, questo significa che cerca voti a destra, al centro e a sinistra. Bene, è esattamente quello che da 15 anni aspetto da un politico. Perché ora che arriva dovrei sospettare l’inganno?                              Essa critica la guerra dell’Iraq (p.37). Sostiene che la bolla speculativa immobiliare è stata una strategia voluta (p. 36). Sostiene con Polanyi che il mercato è più utopico del piano (p.26). Sostiene con Maurice Allais che il liberalismo ha un codice “stalinista” e che il mondialismo è un’alleanza fra consumismo e materialismo (p. 49). Sostiene con Todd che c’è incompatibilità fra libero scambio e democrazia (p.50). Sostiene che se c’è qualcosa di “fascista”, questo qualcosa è l’euro (pp. 54-61), affermazione certamente un po’ hard, ma meglio esagerare che sottovalutare. Le è perfettamente chiara la natura abbietta dell’interventismo umanitario di Kouchner (p. 127). Si rifà positivamente a Lipovetsky, a Michéa ed a Bourdieu, e cita positivamente sia De Gaulle che lo stesso comunista Marchais.                                                                                                                                                          Ma soprattutto ci sono due punti importanti. In primo luogo, a differenza dei soliti politicanti ignoranti, la Le Pen traccia una vera genealogia teorica del capitalismo liberista, dai fisiocratici a Smith. In secondo luogo, non lascia dubbi sul fatto che la mondializzazione è cattiva in sé, è un orizzonte di rinuncia (p. 19), il modello americano è al cuore del progetto mondialista (p. 34), il debito pubblico è un buon affare mondialista (p. 72), l’organizzazione europea di Bruxelles è l’avanguardia europea del mondialismo (p. 74), e che infine l’immigrazione incontrollata è parte di un’offensiva economica e culturale del mondialismo (p. 80). Questa ultima affermazione è particolarmente sgradevole per le anime pie politicamente corrette di sinistra, perché identificata con il razzismo ed il populismo. Bisogna però sapere se essa è fondata o infondata, ed io la considero parzialmente fondata. La Le Pen afferma anche che il sarkozysmo è lo stadio supremo del mondialismo (p. 151), che la nazione non deve essere demonizzata (p. 103), che la scuola e la cultura classica devono essere difese (p. 111 e p. 235), che il popolo è diventato “indesiderabile” e viene sempre accusato di “populismo”, termine vuoto e per questo sorvegliato dalla polizia del pensiero (p. 128). E potrei continuare.  Sottolineo per chiarezza che la mia dichiarazione “scandalosa” deve essere giudicata solo ed esclusivamente sulla base del libro e dei punti citati; essa non comporta in alcun modo  la condivisione del razzismo e della xenofobia anti-immigrati, con le quali la Le Pen si deve e si dovrà inevitabilmente confrontare sul piano elettorale. A questo punto mi si dica, se lo si vuole, che sono un vecchio ingenuo gabbione e che mi lascio infinocchiare da una scaltra “populista”. Ammetto di avere un fraterno amico, che qui non cito, che fa parte del circolo politico della Le Pen. Egli afferma, ed io gli credo, che il libro corrisponde a verità e che la Le Pen crede veramente a quello che scrive. Preferisco sbagliare per ingenuità che essere sospettoso per paranoia. Ed ora terminiamo con un breve commento finale.12. Io resto un anticapitalista radicale. Lo sono diventato a 18 anni, nel 1961, ed è chiaro che lo sono diventato all’interno della cultura di “sinistra”. Mio padre, morto nel 1993, non me lo ha perdonato, perché era un anticomunista viscerale, e l’ha preso come un vero e proprio tradimento di un figlio ingrato. Da posizioni di sinistra mi sono messo a studiare la filosofia, Hegel, Marx ed il marxismo, e ne sono diventato un esperto, al di là della condivisione o meno della mia interpretazione. Negli anni Sessanta, a Parigi mi sono interessato sia all’althusserismo, che ho condiviso per più di un decennio, e sulla cui base sono diventato amico di Gianfranco La Grassa, sia alle differenze fra le tre tradizioni staliniana, trotzkista e maoista. Negli anni Sessanta sono anche entrato a fare parte organica della sinistra greca, dopo un lungo soggiorno ad Atene. Negli anni Settanta e Ottanta ho attivamente militato nella sinistra italiana della mia città (Torino). Come si vede, ho un pedigree di tutto rispetto e ritengo di non avere nulla di cui vergognarmi. Soprattutto, ritengo di non avere “scheletri nell’armadio” e di aver sempre fatto pubblicamente quello che ho fatto. Un amico mi ha sconsigliato di mettere in rete pubblicamente queste pagine, perché sembrano fatte apposta per incrementare un gossip maligno. Ma penso che se si comincia ad autocensurarsi perché si è introiettato il politicamente corretto, tanto varrebbe andare da soli all’ospizio, finché i piedi ci portano ancora.

LA RAI CHIUDE A NEW YORK – 38 LICENZIATI



Tratto da: http://www.corriere.it/esteri/12_aprile_26/rai-licenzia-dipendenti-new-york_eb0f4416-8fec-11e1-b563-5183986f349a.shtml

LA RAI CHIUDE A NEW YORK – 38 LICENZIATI

La Rai chiude New York, 38 licenziati I dipendenti: «Buttati in mezzo alla strada con le nostre famiglie». Beni della asocietà all’asta ai primi di maggio

NEW YORK – Il volantinaggio davanti al consolato d’Italia a New York, sulla Park Avenue, andrà avanti fino a venerdì. «Stiamo organizzando una grande manifestazione per il 1o maggio – spiega Lorenzo Piccolo, portavoce dei dimostranti -, che scaturirà in una lunga battaglia legale a carico dei contribuenti italiani, visti i costi esorbitanti degli avvocati qui negli Usa». Piccolo, video-editor, è uno dei 38 dipendenti licenziati in tronco da Rai Corporation, che dopo oltre mezzo secolo di attività ha deciso di chiudere il suo ufficio newyorchese nell’ambito dello stesso «piano di riduzione costi» che ha portato anche alla chiusura delle sedi a Los Angeles, Montevideo e in Canada. Dopo decenni di sprechi e spese dissennate, culminate con lo scandalo costrinse alle dimissioni Maria Giovanna Maglie, la Rai mette in atto un giro di vite senza precedenti nella sua lunga storia.

TUTTO ALL’ASTA – «Mamma Rai ci ha buttato in mezzo alla strada con le nostre famiglie – precisa il 64enne cineoperatore Michele Capasso -, lasciando senza copertura sanitaria e senza sussidio di disoccupazione gente che, come me, ha lavorato in Rai per quasi quarant’anni». La società fondata il 20 gennaio del 1960 – e da allora punto di riferimento culturale per i nostri emigrati nuovi e vecchi – ha chiuso i battenti il 12 Aprile 2012. Dopo la chiusura, tutti i beni della società (dalle apparecchiature di ripresa, agli strumenti satellitari, alle scrivanie) saranno messi all’asta online dalle 7 del mattino del 2 maggio alle 10 del 3 maggio prossimi. Gli unici sopravvissuti alla «scure» del direttore generale Lorenza Lei sono i corrispondenti Dino Cerri (Tg1), Gerardo Greco (Tg2), Giovanna Botteri (Tg3) e Olga Cortese (Rai News24), «acquisiti» dall’ Associated Press tv con parte delle attrezzature Rai, ora spostate all’AP.
INDAGINE FORMALE – «I 3 corrispondenti dei Tg lavorano attraverso il costoso subappalto con l’azienda esterna Media Kyte di Francesco Malatesta – denunciano adesso gli ex dipendenti -, un ex Rai Corporation, marito di una giornalista Rai e quindi in evidente conflitto di interesse». Giovedì 27 aprile il potente sindacato americano dei lavoratori tv Nabet-Cwa ha presentato formale denuncia al National Labor Relations Board che ha aperto formalmente un’indagine che scaturirà in un processo lungo e costoso. Oltre alle due interpellanze parlamentari presso la Commissione di Vigilanza Rai (del Senatore Pd Vincenzo Maria Vita e di quello Pdl Franco Cardiello) la vicenda ha ricevuto ampio risalto anche sui media americani, dal New York Times al Wall Street Journal e all’Hollywood Reporter mentre dal 26 aprile sarà attiva una pagina Facebook (licenziatirainyfb@gmail.com). «A solo due anni dalla pensione e dopo 36 anni in Rai mi trovo in mezzo alla strada -,spiega Capasso -. Ho coperto tutti i presidenti, da Pertini ad oggi – incalza -, tutte le campagne elettorali americane, lavorando per i Tg1, Tg2 e Tg3 con tutti i giornalisti, dal 1978 alla chiusura».

Argentina: Buenos Aires annuncia esproprio YPF-Repsol



Tratto da : Ansa.it

Argentina: Buenos Aires annuncia esproprio YPF-Repsol

Spagna-Argentina: Buenos Aires annuncia esproprio YPF-Repsol16 Aprile 2012 – 18:31(ASCA-AFP) – Buenos Aires, 15 apr – L’Argentina espropriera’ la YPF, la piu’ grande compagnia petrolifera del paese controllata dalla spagnola Repsol, e la proprieta’ verra divisa fra lo Stato e le province. La decisione, che aveva gia’ provocato le reazioni di Spagna e Unione Europea, e’ stata annunciata ufficialmente oggi fra gli applausi al termine di un meeting fra la presidente Cristina Kirchner, il gabinetto di governo e i governatori provinciali.
In un comunicato emesso al termine della riunione, la YPF-Repsol viene ”dichiarata di pubblica utilita’ e soggetta all’esproprio del 51% delle sue azioni”. Il restante 49% verra’ distribuito fra le province argentine che producono petrolio.
Alla Ypf erano gia’ state revocate le concessioni in 16 province, dopo che la compagnia era stata accusata di essere venuta meno ai suoi obblighi di investimento. La Kirchner aveva fatto pressioni sulle compagnie che operano in Argentina per chiedere loro di aumentare la produzione, dopo che l’anno corso il paese aveva visto crescere del 110% la spesa per le importazioni di petrolio.